Martedì, 20, Ott, 10:04 PM

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MILANO - La decisione dei vertici della Confederazione degli agenti generali di assicurazione di Generali Italia (Confagi) di formalizzare lo scioglimento dell’associazione impone una riflessione seria, che non può essere archiviata con poche righe di circostanza. Perché quando un organismo nato per rappresentare e tutelare gli agenti chiude i battenti, non siamo di fronte a una semplice riorganizzazione, ma al segnale di un modello che mostra tutti i suoi limiti.
Confagi era stata costituita nel 2015 con l’obiettivo dichiarato di coordinare e rafforzare la rappresentanza delle associazioni confederate nei confronti della mandante. Un progetto ambizioso, presentato come risposta alla necessità di maggiore unità e peso negoziale. Oggi quella struttura viene archiviata dopo aver portato a termine — si afferma — l’accordo sul mandato unico. Accordo che ha suscitato tra l’altro numerose critiche ed osservazioni da parte del Sindacato nazionale agenti e di molti Iscritti.
Ma è proprio qui che emerge il nodo politico e sindacale: una rappresentanza che nasce per un obiettivo circoscritto e si scioglie una volta esaurito, lascia inevitabilmente il dubbio che si sia trattato più di un contenitore funzionale a una fase che di un vero progetto duraturo di tutela degli Iscritti. Le organizzazioni di stampo sindacale, anche se di livello aziendale, non dovrebbero essere strumenti “a termine”, attivati e disattivati secondo convenienza, bensì presidi permanenti di autonomia, pluralismo e difesa degli agenti. 
Non convince nemmeno la rassicurazione secondo cui lo scioglimento non inciderebbe sull’operatività e sulla rappresentatività delle associazioni aderenti. Se così fosse, viene spontaneo chiedersi, quale valore aggiunto reale avrebbe prodotto la Confederazione in questi anni e perché all’epoca è stata ritenuta necessaria? Il rischio è che si rafforzi l’impressione di una proliferazione di sigle e organismi che finiscono per frammentare, anziché consolidare, la voce degli agenti. La Categoria ha bisogno esattamente dell’opposto: chiarezza di ruoli, coerenza strategica e strutture che non nascano per gestire l’esistente, ma per costruire futuro e capacità negoziale. Ogni passaggio che appare come un “fare e disfare”, indebolisce la credibilità della rappresentanza e alimenta disorientamento tra gli Iscritti.
Per questo lo scioglimento di Confagi non può essere liquidato come un atto amministrativo interno. È un campanello d’allarme che richiama tutti alla responsabilità: la rappresentanza sindacale non è un esercizio formale, né un assetto da modificare a seconda delle stagioni o delle utilità personali, ma un impegno stabile verso gli agenti, che chiedono tutela reale, visione e coerenza.
Se c’è una lezione da trarre, è che la categoria non ha bisogno di nuove sigle effimere, ma di unità sostanziale, trasparenza e determinazione nel difendere la dignità professionale degli intermediari. Tutto il resto rischia di apparire come un movimento strumentale: agitarsi per dare l’impressione di incidere, mentre le decisioni vere si consumano altrove.
La Redazione

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